Storia

C’era una volta…

 

Storia a puntate dei taxi a Milano.

Si parte dalle origini per arrivare agli anni ’30

Per un milanese che si aggiri oggi per Milano, la vista dei tanti taxi bianchi coinvolti nel caotico traffico cittadino rappresenta una naturale costante del panorama quotidiano.

In realtà non è sempre stato così, poiché anche i taxi a Milano hanno una loro storia. Noi abbiamo deciso di raccontarvela a puntate, convinti che la conoscenza delle proprie radici professionali possa interessare ed incuriosire i tanti lettori di questa rivista. Occorre forse partire dalla etimologia del termine taxi in quanto tale. In realtà non ha una matrice certa, in quanto si paventano 3 ipotesi. Una prima versione, alquanto improbabile, ritiene di dover ricondurre la parola all’antico termine greco tachus, “veloce”. Può far anche sorridere se si pensa alla velocità media del traffico in città…

Una seconda ipotesi sembra riportare il termine “taxi” alla aristocratica famiglia tedesca Thurn und Taxis, nota per aver gestito sin dal XV° secolo il servizio postale nel Sacro Romano Impero. La particolarità ulteriore sta nel fatto che questa famiglia risulta discendere da quella bergamasca dei Torriani, il cui simbolo araldico era rappresentato da un tasso, da cui, quindi, di conseguenza taxi.

L’ultima versione ci riconduce invece al 1891, anno di invenzione in Germania del primo tassametro, dal cui prefisso tax si vuol far risalire il nome. Come vedete nulla è certo ed ognuno può sentirsi libero di sposare la propria ipotesi.  È invece sicuro che i primi “taxi”, nel corso dell’800 fossero costituti da carrozze a cavallo. Per arrivare alla prima macchina a motore occorre aspettare il 1896, sempre in Germania a Stoccarda. L’era dei taxi come li conosciamo oggi era iniziata. Con la Belle Epoque il servizio taxi su 4 ruote si diffuse rapidamente in tutte le principali città occidentali con la creazione della prima società ufficiale a New York, fornita di vetture tutte obbligatoriamente dipinte di giallo. Ad inizio ‘900, oramai, la crescente esigenza di spostamenti rapidi e il costo delle autovetture, di cui ben pochi potevano permettersi l’acquisto, avevano favorito lo sviluppo di questo nuovo mezzo di trasporto pubblico.

L’aspetto curioso del nuovo fenomeno furono le critiche rivolte a queste macchine rumorose e fumanti che mettevano spesso a rischio sulle strade la salute dei cavalli, ovviamente impauriti dai mezzi meccanici che iniziavano a frequentare sempre più le strade di ogni città. Si assistette ad una fase di ricollocazione dei vecchi vetturini quali autisti taxi, con una sorta di antesignano replacement professionale. Non tutte le automobili erano totalmente a benzina in quanto esistevano anche le elettriche o le ibride come la storica Mercedes “Mixte”. E Milano? La città, come tutte le metropoli, si aggiornava e si rinnovava ed anche sotto la madunina iniziava la guerra tra animali ed automobili. Il vertice venne raggiunto negli anni ’20 quando l’Amministrazione Comunale soppiantò le tradizionali carrozze condotte dagli storici brumisti milanesi adducendo che i cavalli sporcavano mentre le auto erano pulite. L’ultimo brumista milanese si chiamava Antonio Esposti. Era nato a Brugherio da genitori contadini. Iniziò la sua attività nel ‘ 54 in piazza del Duomo. Aveva un indisciplinato sauro bianco di nome Gianni e un baio scuro, Pierino. Entrambi avevano imparato a fermarsi da soli quando vedevano il semaforo rosso. Nel 1978, quando Esposti fu definitivamente costretto ad abbandonare l’attività, disse: “Io ci parlavo con il cavallo, e lui si voltava. Si può forse parlare con l’automobile?”. (Dal Corriere della Sera 21/12/95). A partire dal 1927, un Regio Decreto regolò le colorazioni dei veicoli destinati al trasporto pubblico in tutto il Paese, stabilendo che la carrozzeria fosse dipinta di verde con padiglione in nero, e le due colorazioni separate da una striscia sulla linea di cintura, recante i colori della città d’appartenenza. La consuetudine di dipingere in verde e/o nero i mezzi pubblici era precedente e discendeva dalla fine della Prima guerra mondiale, quando tra i risarcimenti per danni di guerra conferiti all’Italia dallo sconfitto Impero Austro-Ungarico, era giunto un enorme stock di vernice nera e verde che, in qualche modo, doveva essere utilizzata.  I taxi rimasero di colore verde/nero fino ai primi anni settanta, quando la progressiva attuazione del nuovo codice della strada aveva cassato la precedente norma, di fatto liberalizzando la colorazione dei mezzi pubblici.

Le difficoltà economiche, a causa della crisi mondiale degli anni ’30, crearono forti problemi di bilancio familiare anche ai tassisti. Le corse si ridussero drasticamente e spesso le mogli dei tassisti si recavano presso i posteggi per raccogliere le poche lire racimolate per poter fare la spesa.

Questa crisi, indusse molti tassisti a cedere la licenza e cambiare mestiere oppure ad unirsi dando forma a diversi tipi di società. Ad esempio c’era chi cercava un altro taxista per lavorare in due con una sola vettura per risparmiare sui costi di assicurazione, noleggio tassametro e altre spese fisse. Oppure, sempre allo scopo di contenere i costi di esercizio, si tendeva a conferire la licenza in società di tipo cooperativistico (ma che nel ventennio non potevano chiamarsi Cooperative per via del divieto mussoliniano).

Oppure ancora cedere la licenza a poche lire a privati e da loro lasciate a bagnomaria fino a quando, dopo la guerra, con la ripresa economica, rimettendole in attività contribuirono a formare le grandi ditte di taxi… (continua nel prossimo numero…)

 

(Si ringrazia il sig. Roberto Nidasio delle Arti Grafiche Nidasio s.r.l. per la gentile concessione delle foto storiche).

  1. 1Taxi con amici fuori porta

2Nella pagina seguente 1925. Milano. Colonne S. Lorenzo

  1. 3Milano. Il riposo del brumista
  1. 1915 El tassistaMilano. Taxi in attesa in Largo Cairoli

4Dal 1927 i taxi divennero verdi e neri grazie alla vernice austro-ungarica